La triade: mamma-papà-bambino

Domenica mattina: il bambino ricerca la sua identità

E’ una domenica mattina e siamo in cucina.  Dopo aver fatto colazione,  una bambina coinvolge la madre in un gioco sotto lo sguardo benevolo del padre.  La bimba si rivolge quindi al padre con uno sguardo invitante. La madre guarda con tenerezza i due, soddisfatta della loro complicità.  Poi tutti e tre partecipano al dialogo, si divertono e ridono insieme.  Alla fine la piccola si tira indietro e i genitori commentano con entusiasmo quanto è accaduto. La bambina li osserva interessata.

Affinché i processi di crescita dell’individuo possano attuarsi secondo il fisiologico sviluppo emozionale, è necessario che i genitori costituiscano per il nuovo nato un ambiente facilitante, in modo tale da rendere possibile l’adattamento, la maturazione e l’integrazione del piccolo in relazione ai suoi bisogni.

Identificarsi con il bambino risulta fondamentale. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi alla nascita, è indispensabile che il papà e la mamma siano capaci di immedesimarsi con il loro bimbo, così da poter soddisfare le sue crescenti necessità.

Per crescere, «un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva».

 E’ necessaria una «compresenza di un“codice affettivo materno”,improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”,  espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa», fondamentali «per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale» «le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica».

Solo allora ci si rende conto che «il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali.

La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista».

Così come nasce da due “diversi”, così «il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale» che «gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità»

Senza un’origine non c’è identità e l’origine«non può che riguardare sia una madre sia un padre»

La donna mette al mondo, ma non genera da sola: «perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre».

È fondamentale che, anche nella crescita, «nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione».

Appare invece sempre più evidente che l’interazione triadica madre-padre-bambino è un’esperienza primaria ed è presente già nei primi mesi di vita.

Nei primi mesi di vita l’interazione diadica madre-bambino è caratterizzata da sincronia e coordinazione sociale. Tali caratteristiche rendono armoniosi gli scambi precoci tra il lattante e il genitore, tant’è che gli studiosi chiamano questa forma di comunicazione intersoggettività primaria (Trevarthen) o sintonizzazione affettiva (Daniel Stern). Si tratta di una comunicazione fondamentalmente affettiva o espressiva: la comunicazione ha per oggetto la diade stessa piuttosto che un oggetto o un argomento ad essa esterno.

Ciò che questa visione classica trascura è la possibilità che il lattante sia in grado di interagire precocemente con due persone e non soltanto con una. E’ invece ipotizzabile che nell’essere umano sia presente un’innata propensione ad interagire con due o più persone.

Questa competenza triangolare sarebbe parte integrante della motivazione sociale di base, piuttosto che costruita a partire dalla coordinazione triadica bambino-oggetto-persona. Le prove a favore di quest’ipotesi vanno rintracciate in tutti quegli episodi in cui il bambino di 3-4 mesi percepisce la relazione genitoriale e mostra una precoce abilità di regolazione con la diade genitoriale.

A questo punto bisogna anche precisare che un eventuale conflitto coniugale rischia di trasferirsi sulla relazione triadica. Diventa quindi importante analizzare le alleanze familiari, sia quelle funzionali, sia quelle problematiche, in quanto implicano diversi tipi di regolazione all’interno della triade.

Sulla base di numerose ricerche ed esperienze cliniche condotte presso la Medical School dell’Università di Losanna, Elizabeth Fivaz-Depeursinge assume una posizione originale e provocatoria. Secondo lei, fin dai primi mesi di vita il piccolo mostra una propensione innata ad interagire con due o più persone e impara precocemente ad essere persona tra le persone. Alla base dello sviluppo mani vi sarebbe dunque una matrice relazionale che funge da organizzatore non solo dell’esperienza sociale e interpersonale ma anche dello sviluppo cognitivo.

Studiare le relazioni triadiche madre-padre-bambino è difficile.

La diade può essere composta da madre-bambino più padrepadre-bambino più madre, madre-padre più bambino ed infine quella triadica madre- padre – bambino.

Le interazioni possibili sono dunque quattro ed è su di esse che Elizabeth Fivaz-Depeursinge ha basato la sua procedura di osservazione delle interazioni triadiche (gioco triadico).

 La complessità si riduce notevolmente quando si considera che, delle quattro possibili configuarzioi triangolari, una soltanto è triadica in senso stretto (tre-insieme), mentre le rimanenti configurazioni (due più uno) sono interazioni diadiche alle quali si aggiunge una terza unità esterna alla diade.

Interazione madre-padre-figlio

Il gruppo di ricerca dell’Università di Losanna coordinato da Elizabeth Fivaz-Depeursinge ha ideato una procedura sperimentale per registrare e analizzare le interazioni triadiche precoci.

Da queste sono emerse tre episodi di interazione triadica.

1) Condividere il piacere del gioco (madre-bambino più padre)

 Il bambino sta giocando con la madre. Entrambe a turno tamburellano sulla sedia. Il bambino guarda e vocalizza di piacere in direzione della madre. La madre ride.  Poi il bimbo si volge verso il padre e vocalizza di nuovo. Il padre, consapevole di non essere coinvolto attivamente nel gioco, non risponde. Il bambino appare sorpreso e continua a rivolgersi al padre. Il padre, dopo aver tentato senza successo di non coinvolgersi, guarda e sorride al bambino. Il bambino, soddisfatto, riprende a giocare nuovamente con la madre.

2) Segnalare la rabbia (madre-padre-bambino)

 Il bambino appare frustrato dall’interazione con la madre e le si rivolge con un segnale di rabbia. Poi si rivolge al padre con lo stesso segnale, probabilmente sperando di essere aiutato da lui. Il padre si stringe nelle spalle con un sorriso, mostrando empatia ma scarsa volontà di interferire con ciò che sta facendo la madre. Il bambino si rende conto che deve negoziare la propria rabbia direttamente con la madre. (In quest’episodio il padre avrebbe potuto interferire con la madre o, al contrario, ignorare il segnale del bambino e addirittura biasimarlo).

3) Disconferma e biasimo  (padre-bambino più madre → madre-padre-bambino)

Il bambino e il padre si stanno divertendo a giocare con un bicchiere. La madre biasima il padre per aver introdotto il bicchiere, violando la consegna data ai genitori di giocare senza oggetti. Quando arriva il proprio turno, la madre allontana il bicchiere dalle mani del bambino. La madre si rivolge al bambino in tono di rimprovero e il padre ride dell’imbarazzo materno. Il bambino si rivolge al padre con uno sguardo interrogativo, sorride debolmente, guarda la mano destra con cui reggeva prima il bicchiere e si orienta di nuovo verso la madre. La madre rimprovera il bambino con un tono di voce severo e il bambino mette il broncio. La madre si sintonizza su questo sentimento negativo, imita il broncio del figlio e si lamenta verbalmente mostrando empatia per la frustrazione del bambino. [La tensione tra i genitori viene deviata sul bambino. Inoltre, la madre tende a sintonizzarsi sulle esperienze negative del bambino, ignorando quelle positive].

Tutti i bambini osservati nel gioco triadico hanno manifestato indicatori di coordinazione dell’attenzione e dell’affetto con entrambi i genitori in almeno una delle quattro configurazioni triadiche. In particolare, essi alternavano i momenti di contato visivo tra i genitori in modo più o meno equo, spostavano lo sguardo da un genitore all’altro rapidamente, così da indicare una coordinazione triangolare dell’attenzione, trasferivano segnali espressivi (sorriso, disagio, perplessità) da un genitore all’altro. Una coordinazione triangolare dell’affetto, questa, che prefigura le strategie triangolari presenti a nove mesi.

Possiamo qualificare queste strategie triangolari precoci come dirette, in quanto si realizzano attraverso l’azione anziché attraverso quei processi referenziali che caratterizzano l’intersoggettività a nove mesi.

Questi giochi a tre servono a stabilire e cementare una comunione affettiva, a condividere piacere, a rinsaldare i legami. I genitori utilizzano il loro repertorio intuitivo di comportamenti parentali per insegnare al bambino le regole dell’interazione triangolare. Le risposte del bambino mostrano che è in grado di stabilire una condivisione a tre prima in modo diretto (a 3 mesi) e poi in modo referenziale (a 9 mesi).

      Lo studio del triangolo primario è appena cominciato, grazie all’intensa attività di ricerca e clinica svolta dal gruppo di Losanna negli ultimi vent’anni. Esso ha consentito in primo luogo di puntare l’attenzione sulla famiglia non soltanto come “totalità” (anziché come “insieme di diadi”) ma anche come famiglia reale o “praticante” (anziché come famglia rappresentata nelle menti dei suoi membri), in un contesto di interazione a tre che facilita lo sviluppo o il cambiamento terapeutico.

      Questi primi passi aprono nuove strade che riguardano aspetti cruciali del funzionamento del triangolo primario, come la continuità o stabilità nel tempo delle alleanze familiari, sia funzionali sia disfunzionali e hanno importanti implicazioni cliniche. Fra queste, ricordiamo la possibilità di individuare la matrice relazionale di un disturbo.

 Il ruolo del papà

Un’esperienza diretta:         

La gravidanza, il parto e la nascita sono stati da sempre considerati esclusive del genere femminile. Dunque, per l’uomo, partecipare a tali eventi comporta spesso un certo disorientamento. Anch’io ho avvertito forte l’esigenza di non essere messo da parte e aiutato a sentirmi padre già durante la gravidanza, a esprimere le mie emozioni. Sono convinto che solo favorendo la costruzione di una triade madre-padre-bambino si potrà costruire un modello familiare che consentirà lo sviluppo armonioso del bambino. Perché un conto è “esser padre”, un conto è “sentirsi padre”, che si riferisce alla percezione emotiva della paternità, alla capacità di costruirsi un’immagine positiva di padre accanto al proprio bambino. Possiamo dire, anche alla luce delle nostre esperienze con i corsi di educazione prenatale, che la capacità di sentirsi padre è strettamente legata alla possibilità di entrare in comunicazione subito con il proprio bambino già durante la gravidanza e  di esser aiutato a esprimere le emozioni e i sentimenti contrastanti  che come padre a volte possono rimanere nascosti.”

                                                                                                                                                                                                                       Luciano, un papà

L’attesa di un bimbo non è solo un vissuto materno, un rapporto a due tra il bambino e la sua mamma, vissuto in un intreccio di messaggi ormonali e relazionali. La figura del papà è in realtà molto più coinvolta di quello che si pensa e gioca un ruolo davvero importante. Non si parla più, infatti, di diade mamma-bambino, ma di triade mamma-papà-bambino.

Il papà è completamente partecipe all’esperienza della gravidanza e la sua relazione con il bimbo in utero è essenziale per il suo sviluppo psico-fisico-emozionale, e spesso può determinare anche il buon esito del parto.

È stato riscontrato che molti futuri papà, all’inizio della gravidanza, mostrano gli stessi sintomi della loro compagna incinta: nausea, vomito, sonnolenza, fragilità emotiva.
Questo perché nel papà incinto si risveglia una componente energetica, contenitiva e protettiva, volta ad esaltare la sua capacità di entrare in empatia con il figlio e la compagna, avviando un vero e proprio processo di “maternalizzazione”, dove le componenti femminili dell’affettività sono molto amplificate.

Questi cambiamenti emotivi sono causati e regolati da un ri-equilibrio ormonale che avviene nell’organismo paterno, esattamente parallelo a quello che succede nel corpo della mamma e che rende l’uomo concentrato sulla creazione del nido familiare.

Il bambino ha bisogno del padre già durante il periodo della gestazione, ha bisogno di sentirlo vicino per ricevere da lui quel nutrimento affettivo, emotivo, relazionale e intellettivo necessario alla sua crescita e alla sua maturazione: il suo apporto non può che essere di natura integrativa e complementare rispetto alla madre (Soldera 2000b). Il padre rappresenta quindi per il bambino l’ambiente non condiviso, dato che può avere con lui una specifica relazione, diversa da quella vissuta dalla madre.

Ad esempio, la voce del padre è molto interessante per il bambino, perché rispetto a quella della madre, che gli arriva sempre dallo stesso punto, gli arriva ogni volta da posizioni differenti. Il padre costituisce la punta più avanzata di ambiente non condiviso e grazie alla sua affinità genetica con il figlio è in grado di entrare, già durante la gravidanza, in un rapporto particolare di empatia, costruendo con lui una relazione intensa e profonda, capace di incidere sulla sua vita e favorire la sua apertura al mondo.

Negli ultimi decenni la figura del padre ha iniziato una radicale trasformazione: dall’estremo autoritarismo si sta cercando di passare all’autorevolezza. In passato i padri “dovevano” essere severi: il gioco e la creatività dei piccoli venivano così sacrificati in nome di una tradizione che negava loro affetto e comprensione, provocando spesso nei bambini un basso concetto di sé che li avrebbe accompagnati per tutta la vita. Negli ultimi tempi, invece, molti uomini hanno abbandonato il ruolo di padre distante e sono in grado di manifestare apertamente ai figli i loro sentimenti.

Allevano, amano, comprendono i loro bambini e si prendono la responsabilità di allevarli insieme alle compagne, senza volerne minare la posizione. Il merito è anche delle mamme, che hanno favorito in loro la consapevolezza che questa non è prerogativa del genere femminile, e che il papà può partecipare alla crescita e alla cura del bambino senza vedere messa in discussione la sua virilità.

La difficoltà dell’uomo nel partecipare totalmente a gravidanza, parto e nascita comunque non è solo una questione socioculturale.

In primo piano c’è il fatto di vivere la gravidanza “da spettatore”: il papà spesso diventa consapevole della sua nuova condizione solo quando il bambino è nato, la percezione emotiva della paternità è infatti legata alla possibilità di avere un’interazione con il proprio bambino.

Per favorire il riconoscimento del ruolo paterno, quindi, è importante che la relazione padre-figlio inizi fin da subito, già in gravidanza. In questo periodo inoltre il padre ha un ruolo chiave anche nel contenere la compagna, nel soddisfarne i bisogni primari e nell’aiutarla a utilizzare al meglio le proprie risorse, in modo da affrontare ed elaborare nel migliore dei modi le preoccupazioni di questo periodo (Soldera 2000b).

Un’altra difficoltà per il padre è l’assenza di un modello paterno valido: l’uomo può così credere di dover costruire una relazione padre-figlio che si aggiunga/sostituisca a quella madre-figlio.

Al contrario, solo la triade madre-padre-figlio costituisce il modello familiare che accoglie al meglio i bisogni del bambino.

Ma diventare padre è il compito più impegnativo che un uomo possa svolgere.

Figli si nasce mentre genitori si diventa.

Diventare padre significa, in un certo senso, fare posto al figlio, accettando che la coppia cambi, avviando così un percorso di maturazione personale.

Il passaggio a un’interpretazione più positiva del ruolo del padre e a una sua effettiva presenza e cura educativa avrà effetto sull’intera società, perché i figli cresceranno entro legami di affetto e di sicurezza, ma nello stesso tempo consapevoli dell’importanza della libertà e della responsabilità. D’altro canto, se la funzione genitoriale viene svolta in modo equilibrato il figlio si sentirà più sereno e libero di comunicare il suo mondo interno.

Affinché si stabilisca un rapporto tra padre e figlio sono necessarie due condizioni:

un atteggiamento favorevole verso la relazione e la possibilità di comunicare.

Un papà entra in relazione con suo figlio se riesce a superare i suoi pregiudizi e comincia a considerarlo una persona, con un atteggiamento di piena accoglienza e accettazione. Dal canto suo, il piccolo riesce a esprimersi solo se riceve quegli stimoli e quell’amore di cui ha bisogno.

La comunicazione tra padre e figlio già in questa fase può essere definita “circolare”, perché inizia da una proposta (che può partire indifferentemente dall’uno o dall’altro), per poi tornare come controproposta.

Il padre può comunicare con il bambino attraverso il suono, il canto o la parola: abbiamo visto infatti che il nascituro riconosce la sua voce. Un interessante studio sul metodo della maternità cantata effettuato in famiglie di cantanti professionisti ha evidenziato che la madre, con voce da soprano, agisce principalmente sullo sviluppo degli arti superiori e della testa del nascituro; la voce da baritono del padre influenza invece la formazione e il consolidamento degli arti inferiori del corpo. In sintesi, i suoni più acuti risuonano in alto e quelli più gravi in basso.

Un’altra modalità di comunicazione che il papà può mettere in atto è quella tattile. Il piccolo infatti reagisce alle pressioni della mano sul pancione modificando la sua posizione. In questo modo padre e figlio iniziano a percepirsi e a dialogare intensamente, scambiandosi emozioni e informazioni molto profonde.

Questo tipo di comunicazione consente ai genitori di sentire precocemente i movimenti del bambino, che intesse da subito un contatto con loro.

Il padre poi può anche riuscire a instaurare una comunicazione di tipo empatico con il figlio, perché può cercarlo nella propria coscienza, per sentirlo e costruire con lui una comunicazione intima e profonda. Deve imparare a capire qual è lo stato emozionale del piccolo, capire se sta bene o male e se ha bisogno della sua presenza.

Essere padre è quindi un ruolo che gli uomini maturano crescendo. 

La transizione verso la paternità è un momento di grande svolta nella vita di un uomo. Se l’uomo è disposto ad entrare in questo rapporto con i figli, diventa uno dei cambiamenti più grandi nella sua vita e nel suo sviluppo come persona.

Se la coppia vive una relazione forte, può sfruttare le differenze in modo complementare e rafforzarsi, aumentando le probabilità che sia la madre sia il padre possano diventare dei bravi genitori.

Brotherson, della North Dakota State University, prende in esame ciò che definisce “essere connessi” nel rapporto tra padre e figlio. Questo collegamento implica la costruzione, nel corso del tempo, di un legame che sia più del semplice amore che il genitore può avere per un figlio e che gli dia la percezione di questo amore e di questa accoglienza.
L’essere connessi si esplica nelle varie forme dell’amore verso l’altro e della fiducia e vicinanza che si sviluppa in tale relazione.
Citando diverse fonti scientifiche sulla famiglia, Brotherson spiega che più un figlio si sente “connesso” ai suoi genitori, più è portato a fidarsi anche degli altri e a instaurare rapporti sereni e stabili con i suoi coetanei e con gli adulti.
Ma come si può “essere connessi” ai propri figli? Brotherson raccomanda di giocare insieme ai figli e di aiutarli nel processo educativo. Essere disponibili a dare loro conforto e affetto nei momenti in cui ne hanno bisogno e condividere momenti spirituali pregando insieme.

I padri possono essere una guida:

Phares e Clay spiegano che i padri che hanno un atteggiamento autorevole, che quindi unisce il rigore all’affabilità e al rispetto, più probabilmente avranno figli sicuri di sé e che dimostrano una buona salute mentale.

Un altro fattore è quello della disponibilità emotiva dei padri. Essere coinvolti nella vita del proprio figlio e rispondere ai bisogni emotivi è importante per un sano sviluppo dei bambini e degli adolescenti.
Il padre può esplicare la propria influenza morale in diversi modi: dal semplice mantenimento delle promesse fatte al figlio a quello di stabilire dei paletti per rendere chiaro quali comportamenti sono accettabili e quali non lo sono.
In questo senso, ferma restando l’importanza della quantità di tempo che il padre dedica ai figli, è altrettanto essenziale il modo in cui egli risponde alle loro esigenze e al loro comportamento. L’esempio personale che il padre dà ai figli e il suo insegnamento sul modo in cui comportarsi con gli altri sono ulteriori occasioni di educazione. In questo senso, i padri hanno molte possibilità per trasmettere valori ai propri figli e insegnare loro le conseguenze derivanti dalla responsabilità morale.

Sul tema della “responsabilità morale” del bambino, vorrei citare Lawrence Kohlberg, un noto educatore e scienziato, colui che ha insegnato ai pedagogisti quasi tutto quello che sappiamo oggi sull’educazione morale del bambino. Kohlberg ha evidenziato in modo profondo che il bambino “impara” i valori morali – potremmo dire impara a diventare uomo – a partire da quello che gli adulti fanno e non da quello che dicono, evidenziando così la forza dell’esempio a fronte dell’inconsistenza delle parole. 

Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre-bambino ma è,  assieme a loro,  l’essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso solo in relazione alle altre.”

Stern, 2000

Amore paterno e amore materno

E’ interessante domandarsi se esista un istinto paterno pari a quello materno o se la paternità sia un apprendimento successivo che insorge con la genitorialità e che si acquisisce con la cultura di appartenenza.

Secondo alcune ricerche la paternità è un potenziale presente sul piano istintuale che risente e viene modellato dagli aspetti culturali.

Diversamente invece la pensava Erich Fromm (1956) secondo il quale nella paternità non vi sarebbe nulla di istintivo: si tratterebbe di un “rapporto spirituale”.Secondo alcune ricerche la paternità è un potenziale presente sul piano istintuale che risente e viene modellato dagli aspetti culturali.

Secondo l’autore l’amore paterno, a differenza di quello materno, sarebbe subordinato all’appagamento delle proprie aspirazioni.

Margaret Mead (1949) parla della paternità come pura “invenzione sociale” la identifica quindi con un comportamento appreso a differenza invece della maternità.

Occorre a questo punto differenziare tra i due concetti di “ruolo paterno” e di“funzione paterna”.

Mentre il ruolo è definito da un contesto sociale e culturale determinante, la funzione, pur influenzata da fattori sociali nel suo espletarsi, […] è ciò che il padre sente di dover fare, è la sua risposta emotiva ai bisogni del figlio, è la disposizione interiore precedente all’esperienza, che tuttavia si attiva nell’esperienza. La funzione paterna è precedente all’esperienza e al ruolo, anche se normalmente si attiva in ambedue” (Brustia Rutto P., 1996 pg. 24).

 Bibliografia, sitologia:  Blog: Università dell’ Acqua; “Bounding mamma, bambino.. e papà!”, Linda Sofia Wessen, Elisa Mariottini-Blog: Policy of thruth; “Genitori permettendo. Perché la triade padre-madre-bambino è indispensabile.”, 1 FEBBRAIO 2012, MASSIMO CARDUX-Blog: genitori si diventa; “Il papà incinto: come il futuro padre vive la dolce attesa e la relazione con il bimbo”, Sara Di Pasquale, 23 Aprile 2016-Blog: Insieme verso il benessere; “La triade eccellente”, Luigia Camaioni-Blog: consulenza familiare psicopedagogica ed educativa; “Funzione triadica”, Dottoressa DGhisu-Blog: Città Nuova Editrice, “I bimbi hanno bisogno del papà già nel pancione” 29 LUGLIO 2014,  DI ELENA CARDINALI -Blog: Medium; Madre-figlio: due poli di una stessa realtà”, Andrea Brundo-Blog: “La relazione madre-bambino e padre-bambino nella fase prenatale: confronto di una “scuola di maternità””, Dr.ssa Paola Castagna, 13 Aprile 2013-Blog: Luca Pattaro; “l’attaccamento al padre”, Ricerca relativa al seminario di Psicologia dello Sviluppo in prospettiva Cross-Culturale della Dott.ssa CARELLI abbinato al corso di Psicologia dell’Età Evolutiva della Prof.ssa BERTI-Blog: Joel Dor, “il padre e la sua funzione in psicoanalisi”, Editions eres, coll. Point Hors Ligne, Parigi 2008 (1’ ed. 1989)-Blog: Ascolto e benessere; “il padre e la legge”, Dott. Maria Marcella Cingolani-Blog: Tesi online psicologia; “Il ruolo della figura paterna nello sviluppo psicologico del bambino”, di Teresa Esposito-Blog: Educare Oggi; “l’importante ruolo dei papà” , Dr. Raffaele D’Errico  medico-chirurgo specialista in pediatria-Blog: Adnkronos Salute; “I bimbi italiani giocano da soli, mamma e papà non partecipano nel 60% dei casi; 3 incontri per imparare a divertirsi insieme”, 02/10/2014-Blog: Il nido e il volo; “Ruolo e funzione del padre”, Maria Cristina Pacella-Blog: Focus, “la figura paterna e le sue funzioni”, introduzione MARIA GRAZIA FUSACCHIA-Blog: State of Mind; “Attaccamento: l’Importanza del Padre”, Pubblicato il: 25 ottobre 2012, di Francesca FioreMilko Prati-Blog: UN’INDAGINE PROMOSSA DA FOCUS E NOSTROFIGLIO CON LA COLLABORAZIONE SCIENTIFICA DELL’EURISPES; “I NUOVI PADRI. UOMINI E DONNE A CONFRONTO”-Blog: Genitori Channel web magazine per I genitori; “Il ruolo del papà nella crescita dei figli” , By Martina Berta  Aprile 18, 2013-Blog: “ importanza della figura paterna sul conseguente sviluppo dei figli”,  Dr.ssa Sara Pezzuolo – Psicologa Forense-Blog: Psicologi Italia; “Il ruolo del padre nei primi mesi di vita del bambino”, Dottoressa Giuliana Dughiero, Venezia-Blog: MenteePsiche; “la presenza paterna e lo sviluppo psicologico del bambino”, Dottoressa  Licia Cutaia – Psicologo – Psicoterapeuta a Palermo-Blog: Psychiatry on line in Italia; “Riflessioni (in)attuali. Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune: sulla funzione sociale del padre ” , di Sarantis Thanopulos”, 28 febbraio, 2014

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