Disturbi alimentari: binge eating

Mangiare è alle origini
Fin dove occorre spingere lo sguardo per rintracciare l’origine del mangiare?

 lo si spinge a ritroso nella storia di un individuo, l’atto del mangiare si situa all’alba dell’individualità.
E’ un atto istintivo del neonato e la mitologia psicoanalitica fa dell’oralità il primo stadio dello sviluppo psicologico e su di essa costruisce l’intero edificio della personalità.
Se si spinge lo sguardo a ritroso nella storia dell’uomo, il mangiare si situa all’alba della civiltà.
Narra la leggenda della fondazione di Roma, che Rea Silvia ebbe due gemelli dal dio Marte. Sapendo quanto sia stupido lasciare in vita i figli dopo averne ucciso i padri, Amulio pensò di fare annegare i due gemelli nel Tevere, per evitare che da adulti potessero rivendicare il trono che lui usurpava. I figli di Rea vennero allattati da una leggendaria lupa (la Lupa Capitolina, che abitava l’antro lupercale presso il colle Palatino) e fondarono più tardi la città di Roma. La leggenda pone il singolare allattamento di Romolo e Remo all’origine della civiltà romana e fa del loro mangiare la vicenda fondante di un’intera civiltà.
Se si spinge lo sguardo a ritroso nella storia del mondo, il mangiare si situa all’alba del cosmo.
In Giappone la dea shintoista Ukemochi è una dea delle origini ed è espressamente la dea del Nutrimento.
Ovviamente beneamata da tutto ciò che vive e cresce, destava l’invidia degli altri dei. A causa di un tranello venne decapitata ma il suo corpo si fece tutt’uno con la terra e donò di che nutrirsi all’umanità.
La figura di Ukemochi è un’immagine archetipica della Grande Madre.
Personifica in maniera esemplare il Femminile Trasformatore di Neumann (1956 p. 38) ovvero la capacità della Grande Madre di dispensare energie nutritive e trasformative. Le potenzialità trasformative di quelle energie sono ben rappresentate dall’avventura di Alice nel paese delle meraviglie (1865), che trova dapprima una bottiglietta con scritto “bevetemi” e poi una focaccia con la parola “mangiatemi” composta direttamente con le uvette. Alice beve e mangia e va incontro a vistose trasformazioni che la rendono ora minuscola e ora gigantesca; nella sua avventura tanto immaginale quanto esistenziale bere e mangiare scandiscono la sua travagliata trasformazione evolutiva.
Ukemochi è dea Nutrice, parola che si costituisce su un radicale dal quale provengono termini come l’inglese nourishing o nursery, il tedesco Nahrung, il francese nourrir, l’italiano nutrimento.
Il nutrimento che stilla dalla Grande Madre torva un rimando concreto nel seno, da cui stilla la prima forma di cibo. Si è spesso affermato che è l’esperienza primaria dell’allattamento a conferire rilevanza simbolica al seno, ma si può anche ipotizzare che il seno sia un’immagine archetipica e che sia la potenza dell’archetipo a trasfigurarne l’immagine e ad amplificarne la risonanza emotiva.
Nella regione di Efeso la dea Artemide veniva raffigurata con il busto ricoperto di protuberanze rotondeggianti, interpretate come una molteplicità di seni. Quest’immagine di Diana Efesia ricoperta di seni qualifica la Grande Madre come Signora del Seno e dea del Nutrimento.
Il mangiare non attiene solo al cibo del corpo, ma anche a quello dello spirito e in particolare a quello della mente. Mangiare non è un atto puramente nutrizionale: è operazione simbolica primaria, è esperienza di captazione, introiezione, assimilazione, incorporazione.
Anche nella mitologia biblica la storia dell’uomo inizia con un mitico pasto, ma è un mangiare riferito alla conoscenza più che al cibo. Narra la Genesi che “Dio diede questo comandamento all’uomo: ‘Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare” (2, 16). Pare evidente che mangiare dell’albero della conoscenza, implichi un mangiare simbolico e un nutrimento della psiche; lo conferma l’esito fatale di quel pasto ancestrale: “la donna vide che l’albero era buono da mangiare e desiderabile per acquistare saggezza; ne mangiò e ne diede anche al marito. E allora si aprirono gli occhi di tutti e due” (3, 6). Fin dalle origini, mangiare è un’operazione più che biologica; impronta l’affettività e le modalità di relazione, la nascita della coscienza e la ricerca di conoscenza; è operazione archetipica che attiene alla crescita del corpo e all’evoluzione della psiche. Poiché copre un’area simbolica tanto ampia, le sue caratterizzazioni non investono solo il comportamento alimentare, ma quello più ampio dei rapporti con le energie che sgorgano dall’inconscio e che sono proiettate sulla realtà esterna.
“Mangiare” è qualcosa di più che ingoiare e ingerire; è un rifornirsi di principi vitali non solo fisici, ma anche psichici ed esistenziali; è un attingere alle sorgenti inconsce.

 
Disturbi del comportamento alimentare
Si parla di disturbi del comportamento alimentare (DCA) quando vi è un’ alterazione delle abitudini alimentari e un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Chiunque potrebbe soffrirne. I disturbi alimentari non discriminano per sesso, età o origine etnica. Possono essere riscontrati in entrambi i sessi, in tutti i gruppi di età, e in una grande varietà di ambienti etnici e culturali in tutto il mondo. Tuttavia, esistono gruppi che presentano un maggiore rischio di sviluppare disturbi alimentari.

 

 

Come riconoscere i disturbi alimentari
I comportamenti tipici di una persona che soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare sono: digiuno, restrizione dell’alimentazione, crisi bulimiche (l’ingestione una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo, ovvero non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia), vomito autoindotto, assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento ponderale, intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso. Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare.
Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita di una persona; sembra che tutto ruoti attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili se non impossibili e motivo di forte ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici o partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro terminare un compito diventa difficilissimo perché sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “debba” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere un’abbuffata.
Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione della propria immagine corporea che può giungere a configurarsi in un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto, ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della propria immagine reale.
Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio.

 

 

Binge Eating Disorder: Disturbo da Alimentazione Incontrollata
Il disturbo da alimentazione incontrollata, in inglese binge eating disorder (BED), è uno dei problemi alimentari più diffuso. Come ogni altro disturbo psicologico, la sua gravità può essere variabile, per questo a livelli lievi si tende spesso a non riconoscerlo o sottovalutarlo.
La persona che soffre di alimentazione incontrollata presenta episodi di abbuffata ovvero mangiare troppo (una quantità eccessiva rispetto a quello che farebbe un’altra persona della stessa età, sesso e costituzione) in un certo arco di tempo e sperimentare una sorta di perdita di controllo durante queste abbuffate, come la sensazione di non riuscire a fermarsi o di non capire quanto si sta mangiando.
Gli episodi di alimentazione incontrollata possono presentare anche altre caratteristiche, che non tutti i soggetti condividono: come il fatto di mangiare molto in fretta, mangiare finchè non ci si sente sazi, mangiare anche se non si ha fame, mangiare soli per evitare di far vedere agli altri le quantità di cibo o la tipologia di cibo che si sta mangiando, sentirsi in colpa o ancor più spesso vergognarsi di se stessi per non essersi riusciti a controllare e resistere all’impulso di mangiare.
L’alimentazione incontrollata non prevede la “compensazione”, ossia comportamenti mirati all’espulsione del cibo o la pratica di attività fisica per smaltire. Per questo motivo, le persone con alimentazione incontrollata tendono al sovrappeso e all’obesità, a seconda della gravità e della frequenza delle abbuffate.
Nel Binge Eating Disorder è possibile riscontrare una causa multifattoriale.
Queste persone spesso presentono una bassa autostima e hanno scarsa fiducia in sé, o sono persone perfezioniste. Possono essere impulsive, con la tendenza a vedere il mondo per estremi. ”. Nella maggior parte dei casi hanno poca consapevolezza dei propri stati d’animo e delle emozioni che sperimentano, e spesso sono proprio questi bisogni emotivi non compresi a portare verso la ricerca di cibo come mezzo per colmare la sofferenza e riportare il benessere interiore. Il cibo infatti, specialmente dolci e alimenti calorici, favorisce la produzione di serotonina, agendo come un antidepressivo naturale.
Inoltre come per gli altri problemi alimentari, la presenza di un ambiente familiare o la frequentazione di luoghi o ambienti in cui cibo, forme del corpo, magrezza e peso sono elementi enfatizzati e cui viene data molta attenzione, possono costituire fattori di rischio per l’alimentazione incontrollata.
Le persone che soffrono di alimentazione incontrollata, spesso tentano di mettersi a dieta (o iniziare un’attività fisica). Quest’idea di alimentazione sana solitamente sorge in testa dopo un episodi di abbuffata, quando è molto forte il senso di colpa e, appagati i sensi, ci si sente un po’ più energici e determinati a riparare.
Tuttavia la spinta motivazionale sostenuta da un’emozione momentanea non è sufficiente a mantenere la costanza nel buon proposito, e all’insorgenza di una nuova problematica (un evento che non si riesce a gestire, una situazione conflittuale, una mancata realizzazione) il principale pensiero e desiderio torna quello di porre fine a questa sofferenza interiore, tramite la via più “semplice” e disponibile, ovvero il consumo di cibo.
Il Binge insorge relativamente tardi, nell’età adulta, tra i 25 e 35 anni. Si può manifestare dopo un fallimento relazionale, o una crisi di identità ed ha alla base un senso di fallimento profondo.
“Odio la mia vita, mi faccio schifo, non ne posso più, non ce la faccio, non vado bene in niente, tutti sono migliori di me, tutti sono più magri di me, il mio corpo è grasso e deforme, non so cosa fare, non merito niente, tanto lo so che non c’è niente da fare per me, sto male da morire, tanto lo so che non si può guarire, gli altri forse ma io no, Nessuno mi capisce. Beh tanto non sono così malata forse è solo frutto della mia immaginazione. Ma come si fa come si fa come si fa come si fa?!?!?!”

Ognuna racchiude in se un mondo di sofferenza e anche tanta paura.
Paura di essere qualcosa e paura di non essere nulla. Paura di mettersi in gioco e terrore di avere un aiuto vero e concreto.
Paura che porta a vergognarsi di se stessi per quello che si è e che si ha.
Paura di aprirsi profondamente.
Paura di tentare e tentare l’ennesimo percorso di cura.
Paura di conoscersi davvero e anche paura di capire se stessi e ciò che ci ha portato a stare tanto male.
Paura del giudizio degli altri che a ben vedere forse è proprio il nostro su noi stessi. Nei disturbi alimentari il corpo diventa il naturale contenitore di queste paure e dell’infinita sofferenza che si prova: che è il risultato di un mondo sommerso che spesso non ha un nome, non lo si vede e non lo si riconosce a causa dell’anestesia dei sintomi.
La verità è che si comprende realmente il significato della nostra malattia quando si procede in un difficile è meraviglioso viaggio: e cioè la conoscenza e la scoperta di se stessi, comprendere cosa ci fa male e cosa ci fa bene e nel contempo cosa ci ha fatto male nella nostra storia di vita. Un viaggio che ti porta a capire e a rielaborare che cosa ti ha portato inconsciamente a rifugiarti in una malattia così subdola che non fa altro che raccontarti bugie e che sposta ogni tipo di problema su cibo e corpo.
Ma questi due preziosi elementi della patologia hanno un immenso valore emotivo e non c’è nulla di razionale nelle sensazioni che si provano. Quel valore emotivo va capito e accolto nella sua essenza e nel nostro storico spesso traumatico. I tranelli della malattia sono sempre dietro l’angolo: un momento si pensa una cosa e un momento dopo l’esatto opposto.
Capire cosa realmente ci ha fatto soffrire e continua a farci soffrire, necessita di un serrato percorso di cura specializzato in disturbi alimentari, perché attraverso i sintomi cerchiamo disperatamente di comunicare delle cose, che spesso neanche noi sappiamo.
Con il silenzio gridiamo dolore. Con la rabbia e i conflitti la paura e una costante ricerca di conferme. Con lo sminuirsi sempre una costante negazione di sé.
Ogni sintomatologia ha un suo perché per esistere e descrive delle necessità personali.
Quando si sta tanto male si pensa essere impossibile guarire oppure si pensa che in fondo non si guarisce mai del tutto.
Spesso si avverte l’anoressia, la bulimia o il binge eating come fossero la nostra identità ed è anche per questo che si ha tanta paura di cambiare.
E da qui parte il grande viaggio e cioè la scoperta di chi realmente si è e perché quel rifugio sintomatico è stato così necessario nella vita di ognuno di noi.
I disturbi alimentari sono spesso accompagnati da altri sintomi come ad esempio la dipendenza affettiva (una fame infinita di risarcimento e di conferme), l’assunzione di alcool o altre sostanze che proprio come le sintomatologie riguardanti l’alimentazione ci portano lontani da noi. Lo sport che, se in origine è qualcosa di sano, diventa qualcosa di assolutamente autodistruttivo e malato… un ulteriore spostamento che quando non viene praticato anche esso provoca un infinito senso di colpa. Ognuno ha la sua storia e le sue cause e ognuno ha le proprie sintomatologie che non sono casuali ma direttamente proporzionale al proprio traumatico vissuto.

 

 

Cosa porta questi soggetti all’abbuffata?
A livello comportamentale e psicologico, esistono tre teorie principali sull’eziologia dell’abbuffata: la teoria psicosomatica (Bruch, 1973), la teoria dell’esternalità (Schachter, 1971) e la teoria della restrizione (Polivy & Herman, 1985). 
La teoria psicosomatica si focalizza sull’emotional eating: mangiare in risposta ad emozioni negative come tristezza e sconforto. È stato dimostrato il contributo dell’emotional eating negli episodi di binge eating: soggetti con un BED riportano una tendenza significativamente maggiore a mangiare in risposta a stati emotivi negativi rispetto a soggetti di controllo (Pinaquy, Chabrol, Simon, Louvet, & Barbe, 2003). 
La teoria dell’esternalità si focalizza sull’external eating: mangiare in risposta a stimoli alimentari, quali la vista, l’odore e il gusto del cibo, indipendentemente dallo stato interno di fame e sazietà. Gli external eaters mangiano in risposta ai food cues ambientali, come la vista, l’odore e il gusto del cibo (Schachter, 1971). E in un ambiente come quello attuale, sovraccarico di food cues (basti pensare alle ricorrenti pubblicità di cibi altamente invitanti, ma anche altamente calorici, di famose catene di fast food che si ritrovano su giornali, televisione, social media), i freni inibitori degli external eaters sono fortemente messi alla prova. 
La teoria della restrizione, attribuisce la causa dell’abbuffata alla dieta restrittiva (Herman & Polivy, 1975). Questo paradosso si basa sul concetto del peso corporeo naturale, un range di peso corporeo omeostaticamente preservato dall’individuo. Tentativi di abbassare il peso corporeo mediante la restrizione dell’introito calorico danno il via a difese fisiologiche, come un abbassamento della velocità metabolica (Goldsmith et al., 2010; Major, Doucet, Trayhurn, Astrup, & Tremblay, 2007) e una costante sensazione di fame. Quando l’autocontrollo è minato da fattori disinibitori, come l’alcol, l’ansia, la depressione o il consumo di cibi ipercalorici, la determinazione cognitiva nell’essere a dieta può venire facilmente abbandonata (Herman & Polivy, 2004). Può quindi succedere che questo controllo venga inibito, portando il soggetto per compensazione a mangiare eccessivamente (Polivy & Herman, 1985). 
In un’ottica olistica, potrebbe essere sensato considerare l’interazione tra queste tre teorie sull’eziologia delle abbuffate. È molto plausibile che un soggetto affamato dalla dieta, triste e che sente odore di cibo, si perda in un’abbuffata e che tutte e tre le condizioni abbiano influito, in modo diverso, sulla genesi dell’abbuffata. 

 

Cosa fare per stare meglio?

Rivolgersi a uno specialista per iniziare a scoprire se stessi e guarire.

 

 

 

 

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